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La parte terminale della cresta ovest di Montea dalla prima anticima. Di fronte a noi appuntita la seconda anticima e subito dietro la vetta.
La parte terminale della cresta ovest di Montea dalla prima anticima. Di fronte a noi appuntita la seconda anticima e subito dietro la vetta.

Il ritorno su Montea

Parco Nazionale del Pollino, 04/10/2015

Sono passati tre anni dall’ultima volta che abbiamo messo piede sui monti di Orsomarso, e addirittura otto dall’ultima volta che abbiamo scalato Montea, quella che secondo noi, è la cima più affascinante del gruppo. Il motivo risiede sicuramente nella difficoltà da parte nostra, a raggiungere quest’area del Parco Nazionale del Pollino, sia per distanza, che per tipologia di strade, spesso malmesse, o percorribili solo con trattori e mezzi fuoristrada. Molti escursionisti che frequentano il Parco Nazionale del Pollino, spesso ignorano l’esistenza di quest’area protetta, di inestimabile valore floristico, faunistico, oltre che paesaggistico. Il gruppo montuoso dell’Orsomarso rappresenta la parte sud-occidentale del Parco Nazionale del Pollino, che la piana di Campotenese, divide dalla porzione nord-orientale, rappresentata dal massiccio del Pollino, che è invece la parte più conosciuta e frequentata. Nessuna delle vette di Orsomarso raggiunge i duemila metri di quota, ma il loro fascino è indiscutibile. Nonostante la quota, che per molti rappresenta l’unica discriminante nella scelta dell’escursione da fare, sono vette affascinanti, dall’aspetto aspro e selvaggio, spesso di difficile scalata, con imponenti pareti strapiombanti da un lato e boschi impenetrabili dall’altro. Avevamo già scalato Montea altre volte, ma sempre dalla sua via “normale” che qualcuno ha definito anche “via dell’Infinito” per il continuo saliscendi sul filo della cresta, mentre questa volta abbiamo voluto compiere una tanto suggestiva, quanto impegnativa, traversata. Il punto di partenza è sempre la Fontana Cornìa (1032m), che però evitiamo di raggiungere in auto. Ci fermiamo infatti qualche centinaio di metri prima, in corrispondenza di alcuni rifugi per pastori, sulla strada a fondo naturale che sale dall’abitato di Sant’Agata d’Esaro, decisamente malridotta. Dalla Fontana Cornìa, imbocchiamo un sentiero, poco evidente, che aggira Montea sul versante sud-orientale, e conduce al Passo della Melàra. Il sentiero attraversa un bosco dalla vegetazione molto variegata: faggi, lecci, cerri, pini ed altre specie coesistono armoniosamente. Il sentiero inoltre, offre scorci di straordinaria bellezza, con tratti dove il sottobosco è colorato da estese fioriture di ciclamino, edera e muschi, tratti dall’aspetto selvaggio ed intricato con alberi intrappolati dall’edera e liane aggrovigliate, tratti panoramici verso il tirreno e le altre vette di questo versante del massiccio, incorniciate tra i rami degli alberi.

Prima di raggiungere il passo della Melàra cominciamo ad incontrare i resti della teleferica utilizzata dalla ditta di legname Rueping, meno di un secolo fa, per il trasporto dei tronchi, durante le poderose operazioni di esbosco, perpetrate in quest’area. I cavi d’acciaio e resti di rotaie, giacciono arrugginiti in questa zona, mentre al passo, troviamo le pulegge della teleferica. Ci incuriosisce un cavo che addirittura attraversa da parte a parte il tronco di un faggio.

Dal passo della Melàra, cominciamo a salire sulla vetta della Montea, percorrendo la cresta ovest. Dopo un primo tratto ripido, la cresta diventa ripidissima ed insidiosa. Già da subito cominciamo ad incontrare splendidi esemplari di Pino Loricato abbarbicati alla parete rocciosa, difficili da fotografare perché immersi nella faggeta o perché gli spazi sono troppo angusti per poterli far rientrare nell’obiettivo della fotocamera. Il terreno è infido, roccia marcia si alterna a ghiaia, terra franosa o ricoperta da erba scivolosa. La cresta si fa sempre più affilata ed esposta e l’adrenalina scorre a fiumi nelle vene. Forse un costone è possibile aggirarlo sulla destra, ma nel dubbio lo affrontiamo di petto, in quanto, aggirarlo significa percorrere un tratto molto esposto ed erboso sulla spalla, senza sentiero, e con l’incognita di cosa ci sia dopo. Facciamo estrema attenzione a non far rotolare giù pietre che si sfaldano con troppa facilità.

Superiamo una prima e poi una seconda anticima, che da lontano sembrava quasi impraticabile, mentre sulla sinistra appaiono in tutta la loro imponenza le strapiombanti pareti settentrionali dall’aspetto alpestre e selvaggio. Senza mai perdere la concentrazione, ma estasiati dal panorama, raggiungiamo la vetta (1825m).

Alcune nuvole si avvicinano con aria sospetta, così decidiamo di non sostare troppo e ripartire lungo la cresta sud-est. Anche questo versante è a tratti ripido ed esposto, ma c’è una traccia di sentiero, quindi sicuramente più semplice della salita. Attraversiamo alcuni brevi ma esposti camminamenti a mezza costa sui paurosi strapiombi del versante nord, per raggiungere l’altra vetta di Montea, più bassa di qualche metro, e contrassegnata con una colonnina triangolare in quanto punto geodetico dell’IGM. Da qui, con un lungo susseguirsi di saliscendi, percorriamo l’aerea ed articolata cresta. Lungo il percorso, splendidi esemplari di Pino Loricato, ci tolgono il fiato per la loro bellezza. Mentre sui ripidi pendii erbosi del versante sud gli esemplari sono numerosi ed imponenti, sulle pareti verticali del versante settentrionale sono avvinghiati alla roccia in posizioni quasi inaccessibili. Ad un certo punto, ci rituffiamo nella faggeta, che con un susseguirsi di ripidi tornanti, ci ricondurrà al punto di partenza.

Si è trattato di un piacevolissimo ritorno su queste magnifiche montagne, che abbiamo involontariamente trascurato per troppo tempo, ma che vogliamo riprendere a frequentare, come facevamo una volta.

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