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Monte Marsicano e la sua cresta Nord-Est dal Monte Ninna
Monte Marsicano e la sua cresta Nord-Est dal Monte Ninna

Monte Marsicano

Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, 28/05/2017

Un ambiente, quello del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, che può apparire turistico ed addomesticato, agli occhi di un visitatore che si fermi alla sua scorza! È scavando a fondo, e quindi vivendolo, che l’escursionista può provare a scoprire la vera anima di questa terra! Un’anima riservata e selvaggia, che non tutti sono in grado di scorgere ed apprezzare. Le nostre prime escursioni in quest’angolo di paradiso, sono abbastanza recenti, anche perché, precedentemente, come due turisti appunto, ci siamo sempre e solo fermati alla sua scorza, senza scavare! Quando abbiamo capito cosa veramente nascondesse il PNALM, abbiamo cominciato a conoscerlo e, sin dalla prima escursione, questo piccolo fazzoletto di terra, ci ha letteralmente stregati, con i suoi scenari grandiosi, le sue vette irte e maestose, le sue valli profonde e selvagge, i suoi fiumi ed i suoi laghi ma soprattutto, per la sua fauna selvatica che in questi ambienti è riuscita a conservare un briciolo di libertà!
Così, a meno di un mese di distanza dalla nostra ultima scarpinata in questi luoghi, decidiamo di compierne un’altra! Questa volta la nostra attenzione ricade su Monte Marsicano. Come versante, scegliamo quello nord-orientale, ovvero quello di Scanno, ma il percorso programmato non ci soddisfa appieno. Chiediamo quindi qualche suggerimento a Francesco, che questi posti li conosce da tanto tempo, circa la fattibilità di un anello che ci sembra invece, decisamente più appagante, e lui, non solo ne conferma la fattibilità, ma ci dà anche tante preziose informazioni per realizzarlo al meglio.
Le previsioni meteo sono ottime, ma c’è un po’ di umidità, condizioni non proprio perfette per la fotografia! Come consigliatoci da Francesco, partiamo dalla località Le Pietrature anziché dalla valle del Tasso come inizialmente previsto, in modo da risparmiare un po’ di dislivello, cosa particolarmente gradita, visto il grande impegno fisico che richiederà quest’escursione.

Risaliamo la Valle dei Campanili fino a raggiungere lo Stazzo di Ziomas, per poi, una volta aver superato la serra omonima, deviare in direzione Camporotondo.

Raggiunto lo Stazzo di Camporotondo, lasciamo la sterrata, e pieghiamo nettamente verso sud, su tracce di sentiero con vecchi segnavia, finché attraversato un piccolo passo tra Serra Campitello e Monte Campitello scendiamo in breve allo Stazzo di Valico di Corte dove giunge anche la sterrata che avevamo abbandonato.

A questo punto, ci incamminiamo in direzione del Monte della Corte, che risaliamo, senza però raggiungerne la vetta. Passiamo infatti ad ovest della cima per portarci direttamente sull’ampia Sella Orsara, e poi, seguendo la cresta, guadagniamo la cima del Monte Angelo. Siamo sulla prima delle quattro cime che compongono un poderoso l’anfiteatro roccioso, a testata della selvaggia Valle Orsara.

Piegando progressivamente verso est, superiamo le due dolci e ampie selle, che ci separano, prima dalla vetta trigonometrica del Monte Marsicano (mt.2245) e poi da quella che tutti riconoscono come la vera cima del Marsicano (mt. 2252). Qui ci fermiamo un attimo e cerchiamo di capire il da farsi. Per realizzare l’anello che desideriamo fare, dobbiamo raggiungere anche la quarta vetta, il monte Ninna, e scendere, fuori sentiero, lungo la sua ripida spalla occidentale, fino a raggiungere la base dell’anfiteatro, così da immetterci nella Valle Orsara. Ci affacciamo intanto sulla crestina rocciosa che dovremo scendere per raggiungere il Monte Ninna e notiamo che nella sella ci sono i Camosci.

I dubbi svaniscono e cominciamo la discesa lungo la movimentata cresta, con passaggi di I grado, abbastanza esposti e quindi, assolutamente da non sottovalutare. Durante la nostra discesa, i camosci si sono spostati verso la vetta del Ninna, e dopo averci concesso qualche scatto a debita distanza, si dileguano sul versante opposto. Non insistiamo a cercare di fotografarli più da vicino, sia per non infastidirli, che per risparmiare le energie, in quanto l’escursione è ancora lunga.

Raggiungiamo quindi la cima del Monte Ninna, dalla quale, ci attende ora una discesa molto delicata, lungo la sopracitata spalla erbosa, che da un certo punto in poi è squarciata da una grande frana. Come osservato dalla vetta, la lingua erbosa prosegue fino al fondo, ma da un certo punto in poi diviene troppo ripida e quindi, conviene spostarsi nella frana che, per contro, si addolcisce. Ci ritroviamo al cospetto di un ambiente grandioso e selvaggio, tra grandi massi memori forse di un antico ghiacciaio, e circondati dalle irte pareti dell’anfiteatro roccioso. Qui tra i massi della morena, sorprendiamo una volpe che corre a nascondersi senza nemmeno darci il tempo di estrarre la macchina fotografica. Ci dirigiamo quindi, in direzione di un rifugetto diroccato, dal quale si stacca la traccia, che percorre la valle Orsara.

Individuiamo la flebile traccia, con segni bianco-rossi opportunamente cancellati, ma ancora individuabili aguzzando bene la vista. Riusciamo a seguirli per un po’, ma poco prima di entrare nel bosco ne perdiamo ogni traccia. Cerchiamo di ritrovare i segnavia o qualche traccia di sentiero, senza troppa convinzione, a dire il vero, ma non ci riusciamo, e così, per evitare di perdere troppo tempo, proseguiamo liberamente tuffandoci nel fondo della valle. Qualche centinaio di metri più avanti, infatti, secondo le carte, si stacca un’antica mulattiera direttamente dal fondovalle, naturale prosecuzione del sentiero che abbiamo appena perso. Le carte non sbagliano, e troviamo la mulattiera che, sempre sulla sinistra orografica, ridiscende la Valle Orsara. Raggiunto un bivio, facciamo un piccolo errore di valutazione e imbocchiamo il ramo che continua a scendere lungo la valle. Se da un lato l’errore, ci costa qualche centinaio di metri in più di strada, dall’altro ci fa raggiungere la splendida ed oblunga radura del Coppo di Ferroio. Oltre all’affascinante veduta alpestre sulla Camosciara, che questa radura offre, ci concede anche la possibilità di osservare i cervi, che pascolando sul margine opposto della radura, ci regalano qualche scatto, anche se molto distanti. Ci tocca quindi risalire, attraversando la stretta fascia boscosa che separa il suddetto Coppo, dal Ferroio di Scanno, uno sconfinato pianoro, ammantato di verde e punteggiato da coloratissime fioriture.

Una volta fuori dal bosco, percorrendo una comoda stradina, usciamo dal Feudo Intramonti. Prima di raggiungere lo Stazzo di Ferroio pieghiamo ad Ovest, sempre su una mimetica stradina, per individuare la sterrata che scende da Valle Campitello. Ad un certo punto, avvistiamo un’altra volpe che, nonostante la grande distanza, si accorge subito della nostra presenza e corre a nascondersi nel bosco. Questa volta però, riusciamo a fotografarla, senza grandi pretese, vista la distanza, ma sufficientemente bene, per immortalare l’eleganza di questo scaltro animale.

Seguiamo ora la stradina che scende da Valle Campitello, verso Nord, fino alla Serra di Ziomas, dove incrociamo nuovamente il percorso dell’andata, che seguiremo in senso contrario fino all’auto. Non amiamo dare i numeri, ma alla fine, senza rendercene conto, abbiamo fagocitato più di ventotto chilometri e quasi millecinquecento metri di dislivello, in qualcosa come undici ore di cammino, ipnotizzati dalla bellezza sconfinata di queste montagne. Ci attende invece ora, la parte più impegnativa e meno appagante: cinque ore di viaggio in auto verso casa, che allieteremo rivivendo con la mente, i momenti più belli di quest’ultima avventura, ma con il cuore pregno di nostalgia! Nel contempo però, si fanno già spazio nei nostri pensieri, le idee per altre uscite in questo autentico angolo di paradiso sulla terra, sicuri che non passerà molto tempo, prima della nostra prossima escursione sui monti d’Abruzzo.

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