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La Cima d'Agola e la Cima Prato Fiorito separate dalla Bocchetta dei Due Denti
La Cima d'Agola e la Cima Prato Fiorito separate dalla Bocchetta dei Due Denti

Un tour sulle Dolomiti di Brenta

Parco Naturale Adamello Brenta, 13-20/08/2017

Quest’anno, i ghiacciai preferiamo non toccarli! Un inverno avaro di nevicate e un’estate siccitosa e calda, non sono certo i presupposti migliori, per percorrere un ghiacciaio la seconda metà di agosto! Non solo per la pericolosità, ma anche per un fatto puramente estetico. Un ghiacciaio secco infatti, perde per noi, tutto il suo fascino, apparendo agonizzante e triste! Non è certo il caso dei ghiacciai over 4000, ma quest’anno volevamo cambiare, puntando a settori delle alpi che ancora non conoscevamo, e che, a differenza di quelli della Val d’Aosta, che abbiamo percorso gli scorsi anni, non raggiungono quote simili! Abbandonata quindi, l’idea del ghiacciaio, cominciamo a progettare un bel trekking ad anello, ovvero un trekking che parta e torni nello stesso punto visitando angoli sempre nuovi, giorno dopo giorno. Un trekking che ci permetta di muoverci solo con le nostre gambe, senza la necessità di usare altri mezzi. Un trekking piacevole dal punto di vista estetico, così da portare a casa qualche bella immagine. Un trekking, comunque avventuroso, per poter provare quel pizzico di adrenalina, che non guasta mai! Troviamo tutte queste caratteristiche, in un trekking di circa otto giorni, sulle Dolomiti di Brenta, con soste in cinque rifugi e due malghe. Prendiamo spunto da una proposta di trekking, per escursionisti esperti e ben allenati, e la adattiamo opportunamente, alle nostre esigenze e preferenze! Così, lasciati i quaranta gradi della Puglia, attraversiamo lo stivale e, dopo mille, estenuanti, chilometri di viaggio, raggiungiamo il Trentino Alto Adige, e precisamente, Folgarida, un villaggio in Val di Sole, frazione di Dimaro, nei pressi di Madonna di Campiglio. Appena giunti a Folgarida, parcheggiamo l’auto, mettiamo lo zaino in spalla, e partiamo per la nostra avventura, che durerà otto giorni come previsto, percorrendo circa cento chilometri a piedi e quasi settemila metri di dislivello, attraversando i terreni più disparati, quali boschi, praterie, pietraie, ghiaioni, roccette, vie ferrate, e ghiaccio. Tutto ciò, con il tempo meteorologico, che ci ha graziati per quasi tutto il giro, ma che in una tappa, non ci ha fatto mancare pioggia, grandine, tuoni e fulmini. Un giro che si è rivelato più selvaggio del previsto, a tratti pericoloso ed esposto, ma in qualche caso anche facile e tranquillo. Un giro che ci ha permesso di visitare un altro scorcio delle Alpi, di straordinaria bellezza e maestosità. Un’esperienza fantastica che solo la montagna è in grado di farci vivere!

I Tappa, da Folgarida al Rifugio G. Graffer al Grostè
Una tappa impegnativa, per la notevole lunghezza ed il consistente dislivello, soprattutto se si considera che arriviamo da una pesante notte di viaggio in macchina! Dal centro abitato, scendiamo fino al Pont del Pastin, che ci permette di attraversare comodamente il Torrente Meledrio. Dopo un po’ abbandoniamo la strada forestale, imboccando un ripido sentiero che ci fa guadagnare rapidamente quota, per poi traversare in direzione dei ruderi di Malga Scale. Il sentiero prosegue in piano per poi perdere nuovamente quota, fino ad una pista forestale che ci riporterà sul greto del torrente.

La pista prosegue ora in salita, passando per Malga Mondifrà, Malga Vaglianella e Malga Vagliana. Qui la strada forestale termina e si trasforma in un sentiero, sovrastato dalle imponenti pareti di Cima Vagliana e Pietra Grande, e che ci condurrà fino al Rifugio Graffer al Grostè. Lungo il percorso avvistiamo numerosi passeriformi e due cerbiatti, che corrono a nascondersi nella vegetazione. Al rifugio la vista è superba, ma è gravemente deturpata dai numerosi impianti di risalita, che cerchiamo in tutti i modi, di non far rientrare nelle nostre foto!

II Tappa, dal Rifugio G. Graffer al Grostè al Rifugio Maria e Alberto ai Brentei
Con questa tappa, entriamo nel settore più suggestivo e spettacolare delle Dolomiti di Brenta, quello meridionale, fatto di creste frastagliate, campanili rocciosi, vette aguzze, vedrette e bocchette. Lasciamo il Rifugio Graffer, in direzione del Rifugio Stoppani, risalendo gli impianti sciistici. Non vediamo l’ora di abbandonare questo tratto violentato da ovovie e manufatti di ogni genere. Attraversiamo anche un cantiere attivo, impegnato in lavori di manutenzione degli impianti. Giunti nei pressi del Passo del Grostè, deviamo decisamente a SO, abbandonando gli impianti e dirigendoci verso il Torrione di Vallesinella. Il sentiero molto movimentato, attraversa placche rocciose doline e piccoli canyon. Aggirato il Torrione, raggiungiamo il Rifugio Tuckett, ubicato alla base del Castelletto Inferiore e di fronte alla Punta Massari. Tra le nuvole, si intravedono il Castelletto Superiore, la Cima Sella, la Cima Brenta, la Cima Mandron e le Punte di Campiglio.

Dopo una breve sosta, ripartiamo verso la Valle del Fridolin e poco dopo aver superato l’omonima sella, imbocchiamo il sentiero Bogani, che dopo aver attraversato una galleria scavata nella roccia, conduce al Rifugio Maria e Alberto ai Brentei. Il Rifugio sorge su un pianoro erboso sovrastato dalle pareti verticali delle Punte di Campiglio e della Cima Mandron. Sul versante opposto la lingua ghiacciata del Canalone Neri, incastonata tra il Crozzon di Brenta e la Cima Tosa. E’ in questo rifugio che passeremo la notte, in vista delle due tappe successive, considerate le più impegnative dell’intero trekking.

III Tappa, dal Rifugio Maria e Alberto ai Brentei al Rifugio XII Apostoli
Durante la notte, le nuvole che nascondevano il cielo e le montagne la sera prima, sono scomparse, lasciando il posto ad un cielo terso e alle cime dipinte con i colori dell’alba. Ci incamminiamo lungo il sentiero alpinistico Daniele Martinazzi, attraversando l’Alta Val Brentei e, dopo aver aggirato il Crozzon di Brenta, entriamo nello stretto canalone morenico, che conduce alla Vedretta dei Camosci.

A metà canalone bisogna superare un tratto attrezzato, per poi raggiungere quel che resta della Vedretta, ridotta ormai ad una lingua ghiacciata. Nonostante le ridotte dimensioni, il suo attraversamento risulta delicato, e non ci pensiamo due volte a calzare i ramponi. L’alternativa, per evitare il ghiaccio, sarebbe quella di aggirare la vedretta sulla destra, opzione impraticabile, vista la frequenza con cui scarica pietre dalle pareti sovrastanti. Dopo un altro breve tratto attrezzato, raggiungiamo la Bocchetta dei Camosci e ci affacciamo sulla Vedretta d’Agola. Percorriamo quindi il Sentiero dell’Ideale, che ci condurrà fino al Rifugio XII Apostoli, posto di fronte all’omonima cima, con la caratteristica chiesetta scavata nel suo ventre.

IV Tappa, dal Rifugio XII Apostoli al Rifugio Pedrotti
A detta del gestore del rifugio, anche questa giornata, sarebbe trascorsa senza pioggia. Non avendo a disposizione altre fonti di informazione, non possiamo fare altro che fidarci, anche se, qualche dubbio ci viene uscendo la mattina dal rifugio. Molte nuvole, non proprio rassicuranti, affollano l’orizzonte, ma non sappiamo se e quando ci raggiungeranno. Partiamo comunque, verso la Bocchetta dei due Denti, percorrendo una traccia di sentiero sulla spalla SO della Cima d’Agola, popolata da un bel gruppetto di camosci. Prestiamo molta attenzione, perché i camosci muovendosi, provocano piccole scariche di pietre, ma fortunatamente, mentre ci avviciniamo, decidono di spostarsi più a valle. Più avanti, sorprendiamo anche un ermellino che saltella agilmente tra i massi! È un piacere osservarlo, ma purtroppo non dura molto e lo vediamo correre a nascondersi in un anfratto!

Procediamo fino alla bocchetta, dove possiamo osservare le condizioni meteo anche sul versante orientale e, a differenza di quello occidentale, non sembra affatto male, il che ci rassicura, dovendo ora impegnare la discesa lungo la ferrata Ettore Castiglioni. Si vede già il tetto rosso del Rifugio Agostini, e si comincia a godere di un bel panorama sulla Val d’Ambiez. Durante la discesa, la nebbia ci invade a tratti, eclissando il paesaggio, ma non è mai in grado di impensierirci più di tanto! Una volta giù dal tratto attrezzato, la nebbia si dirada, svelando ai nostri occhi la parete lungo la quale ci siamo appena calati giù.

Raggiungiamo il rifugio Agostini, e non possiamo che rimanere impressionati, osservando i resti della Torre Jandl crollata nel cinquanta, che si fermarono a pochi metri dal rifugio, proprio lì, dove sono ancora oggi!

Ci fermiamo un po’ al rifugio per decidere il da farsi, ma il meteo non sembra peggiorare, e a parte la nebbia, ci invita a ripartire lungo il sentiero Palmieri. Un lungo tratto a mezza costa, con imponenti pareti sovrastanti, ci conduce alla Forcolotta di Noghera e di lì, dopo un altro tratto a mezza costa, quasi isolivello, attraversiamo la cresta est della Cima di Ceda, affacciandoci sulla Pozza Tramontana.

Lungo questo tratto, comincia a piovere e, la prima cosa che facciamo è quella di proteggere, meglio possibile lo zaino e l’attrezzatura fotografica. Non conosciamo le caratteristiche del resto del percorso, e quindi la sua pericolosità in caso di temporale, ma tornare indietro ora, non ci sembra una buona idea. Proseguiamo quindi, con la speranza di trovare un riparo lungo il percorso, cosa che però, non andrà a buon fine. Ad un certo punto il sentiero si dovrebbe dividere in una variante alta ed una bassa. Non riusciamo ad individuare chiaramente il punto di svolta, e nel dubbio, proseguiamo per la variante alta, che combacia con quella che avevamo tracciato sul GPS! Gli elementi però, si scatenano repentinamente, e la pioggerella, si trasforma in un forte acquazzone con grandine, tuoni, fulmini e temperature in forte calo. Non ci facciamo pendere dal panico, e proseguiamo a passo svelto, percorrendo anche qualche crestina affilata ed alcuni tratti esposti, muniti di cavo di sicurezza in acciaio! Ad ogni fulmine, ci ripetiamo “fin qui tutto bene” come nel film, “L’Odio”, di Mathieu Kassovitz. Non sappiamo come prosegua oltre, ma sappiamo bene cosa ci siamo lasciati alle spalle, e l’idea di fermarci o di tornare indietro, non ci sfiora minimamente! Le pareti si trasformano in immense cascate, mentre il sentiero in un torrente in piena! Sulle zone erbose sembra aver nevicato, per quantità di grandine che si è depositata! La pioggia ci accompagna per più di un’ora, fino a pochi passi dal rifugio Pedrotti! Siamo fradici, ma almeno l’attrezzatura fotografica non ha subito danni ed abbiamo indumenti di ricambio, ancora asciutti nello zaino! Dopo qualche ora, esce addirittura il sole, e ne approfittiamo per mettere ad asciugare, almeno in parte, scarpe, zaino e le altre cose che ci sarebbero servite il giorno successivo.


V Tappa, dal Rifugio Pedrotti a Malga Spora
Come spesso accade, dopo una giornata piovosa, l’alba del giorno dopo tende ad essere più colorata del solito. L’orizzonte infatti, si tinge di colori caldi che contrastano con il grigiore delle severe montagne che ci circondano. Oggi ci attende un’escursione molto bella, anche se abbastanza faticosa, che ci farà abbandonare il versante roccioso delle Dolomiti di Brenta, e ci condurrà nella zona delle malghe, meno conosciuta di quella appena visitata, ma anch’essa di innegabile bellezza. Dopo aver visto l’alba, facciamo colazione e ci prepariamo a partire.

Gli scarponi sono ancora bagnati, ma li indossiamo con un paio di calzini asciutti, sperando che non ci vengano vesciche! Scendiamo verso il rifugio Tosa e poi, proseguiamo lungo il sentiero Osvaldo Orsi, detto anche Sentiero Attrezzato della Sega Alta, che in un primo tratto taglia lo spallone della Cima di Brenta Alta e poi sbuca nella Busa degli Sfulmini. Percorriamo il ciglio della Busa, fino a raggiungere, ed aggirare il contrafforte che la separa dalla Busa dei Armi. Da qui, puntiamo verso la base del Naso dei Massodi che permette di affacciarci sulla lontana Val Perse.

Qui comincia la Sega Alta, una cengia attrezzata, incavata nella parete strapiombante dello Spallone dei Massodi. Il sentiero prosegue poi, tra ghiaioni e resti di nevai, mantenendosi pressoché isolivello, fin poco sotto la Bocca del Tuckett.

Da questo punto incomincia una lunghissima discesa lungo la Val Perse, e per scongiurare il rischio di vesciche, cambiamo nuovamente i calzini con un altro paio asciutto. Dopo un’infinita discesa su ripidi ghiaioni, il terreno si fa meno aspro in corrispondenza della Busa dell’Acqua, per poi raggiungere il fondo della Vallazza, percorrendo un sentiero molto scosceso, in uno stretto canalino, ricco di vegetazione, attrezzato con assi in legno e cordini in acciaio. Attraversiamo la valle e ci inerpichiamo sul versante opposto, su sentiero ripido e attrezzato con qualche cordino d’acciaio nei tratti più esposti, fino a raggiungere faticosamente il passo del Clamer.

Qui inizia la parte del trekking, che si sviluppa nella zona più selvaggia e sconosciuta del Parco. Dal Passo, ci affacciamo per l’ultima volta sulle montagne rocciose del Brenta Centrale che abbiamo vissuto in questi giorni, fatto di vette aguzze, creste frastagliate, vedrette sofferenti, ardite bocchette, ampie buse ed estesi ghiaioni. Da qui in avanti, lo scenario cambia radicalmente; il grigio preponderante della roccia lascia il posto al verde incontrastato delle praterie e dei boschi.

È questo l’ambiente ideale dei pascoli e delle malghe, dove qui da tanti anni l’uomo produce latte, burro e formaggi. Scendiamo quindi lungo il pendio che ci condurrà al Campo della Spora, dove è situata la Malga omonima, che ci fornirà vitto e alloggio fino a domani. Ci rilassiamo al sole, godendoci una birra ed un piatto di squisiti formaggi, mentre attendiamo che asciughino gli indumenti e le scarpe, ancora bagnati, e chiacchierando con Dario, conosciuto proprio lungo questa tappa, ma che avevamo incrociato più volte lungo il nostro trekking. Anche lui ha fatto un percorso simile al nostro, ma domani conclude, al lago do Tovel, la sua avventura.

VI Tappa, da Malga Spora a Malga Tuena
Un’atmosfera surreale circonda Malga Spora alle prime luci del mattino. Una leggera foschia aleggia nell’aria frizzante del mattino. Dopo aver fatto colazione, salutiamo il nostro amico Dario, che si dirigerà verso le Malghe Campa, Loverdina e Termoncello, per poi raggiungere il lago di Tovel. Noi invece ci dirigiamo verso il Passo della Gaiarda, lungo il sentiero che corre tra il Monte Fibbion e il Crozzon della Spora.

Ogni tanto, incontriamo qualche marmotta, che fischia e poi corre a nascondersi. Superato il passo, scendiamo verso il Campo Flavona, un esteso pianoro racchiuso tra i monti Turrion, e la bastionata formata dalla Crosara del Fibbion, la Cima Santa Maria e il Termoncello.

Raggiungiamo Malga Flavona, e ci inoltriamo nel Biotopo di Malga Flavona, che occupa la zona nota come “Sassera Selvata”. Questa zona, che si estende all’incirca da Malga Flavona a Malga Pozzol, lungo la Valle glaciale di Santa Maria di Flavona, è caratterizzata dalle “marocche”, depositi franosi che formano superfici caotiche, fatte di rialzi creste e depressioni. La vegetazione passa dal Pino Mugo, nei pressi di Malga Flavona alla pecceta mista a Larice nei pressi di Malga Pozzol. Scendiamo nel bosco, ipnotizzati dalla Cascata sul Rio Tresenga fino a raggiungere la Malga Pozzol. Proseguiamo lungo la Valle di Santa Maria, fino ad intercettare il sentiero della Dèna che si stacca sulla sinistra. Il sentiero è ripido e umido, molto ricco di vegetazione e con qualche breve scorcio sul lago di Tovel.

Raggiungiamo quindi faticosamente, i primi pascoli della Tuena, ai piedi di Cima Tuena e Cima Uomo. Il meteo, così come avevano previsto, comincia a peggiorare e quindi, alziamo il passo, e raggiungiamo di lì a breve la Malga Tuena.


Il tempo, a dispetto delle previsioni, terrà per tutto il pomeriggio oltre che per tutta la serata, sfuriandosi poi solo durante la notte. Speriamo non abbiano sbagliato le previsioni anche per il giorno dopo, che danno acqua solo nel pomeriggio.

VII Tappa, da Malga Tuena al Rifugio Peller
Le previsioni anche oggi danno pioggia nel pomeriggio, e quindi, partiamo di buon’ora e con passo sostenuto, così da scongiurare un’altra doccia. Dalla Malga, ci incamminiamo lungo la stradina che scende verso la Val di Tovel, per poi abbandonarla, imboccando un bel sentiero, a tratti anche piuttosto esposto, che tenendosi sullo spallone orientale della Cima Vallina, conduce al Passo di Val Formiga. La nebbia ci invade a tratti e ci accompagnerà per buona parte dell’escursione.

Attraversato il Passo di Val Formiga, entriamo nel bellissimo Pian della Nana. Siamo nel regno delle marmotte, e non possiamo evitare di fermarci più volte per fotografarle. Sono animali troppo simpatici, ed ogni volta che le sentiamo fischiare, ci mettono allegria, tanto da farci passare dalla mente, di avere il maltempo alle calcagna!

Superiamo alcuni graziosi laghetti, Malga Tassulla e il lago del Dorigat, per poi risalire l’ultima rampa che ci separa dal Rifugio Peller.

Il tempo, in un primo momento sembrava averci beffato un’altra volta, ma poi, nel pomeriggio si sfoga, così come previsto, con un bel temporale.

VIII Tappa, dal Rifugio Peller a Folgarida
L’ultima tappa del nostro trekking, che ci permetterà di tornare al punto, dove otto giorni prima abbiamo iniziato la nostra avventura, è una tappa lunga ed impegnativa, che non dobbiamo assolutamente sottovalutare. Lasciamo il rifugio alle prime luci dell’alba, dopo aver salutato il simpatico gestore. Partiamo nel silenzio del bosco e, dopo aver superato la Malga Clesera, ed un paio di belle radure, giungiamo al Passo della Forcola, che ci affaccia nuovamente sul Pian della Nana. Riusciamo a vederlo oggi, in assenza di nebbia, circondato dalle splendide cime di scaglia rossa.

Percorriamo il versante opposto del pianoro, rispetto a quello percorso il giorno prima, sfiorando il Passo De La Nana, senza attraversarlo e giungendo fino alla Selletta De La Nana, tra Sasso Rosso e Cima Nana, che dominano l’Alpe Nana. Troviamo anche le stelle alpine lungo il percorso, oltre che le immancabili marmotte.

Il Sentiero Costanzi, prosegue verso il Passo di Prà Castron, mentre noi attraversiamo la Selletta De La Nana, scendendo lungo il Sentiero G. Albasini, percorribile con qualche difficoltà nella parte più alta, che ci condurrà al Bivacco Costanzi, costruito sul panoramico terrazzo di Prà Castron. Dal Bivacco, ci intrufoliamo in una valletta che precipita nella selvaggia Valle del Vento. Tra ripidi ghiaioni, roccette e tratti attrezzati assaggiamo nuovamente, come una ciliegina sulla torta, i percorsi dolomitici già gustati sul Brenta meridionale.

Gli oltre milletrecento metri di dislivello in discesa, dopo un trekking così lungo e con gli zaini pesanti, mettono a dura prova le nostre articolazioni, ma dobbiamo fare attenzione a non perdere la concentrazione, perché il percorso è molto insidioso. Giungiamo ai ruderi di Malga Scale per poi percorrere a ritroso il tratto che conduce a Folgarida, dove avevamo parcheggiato l’auto.

Un gran bel giro, lungo, faticoso e impegnativo, ma davvero appagante e di grande respiro. Otto giorni indimenticabili, vissuti fino in fondo tra le nostre amate montagne, proprio così, come piace a noi, liberi e spensierati.

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